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Finto barbone racconta i nuovi poveri

poveriMi sono lasciato crescere la barba incolta. Ho indossato un vecchio cappellino, jeans vecchi e strappati, una giacca di renna in condizioni pietose. Ho vissuto per cinque giorni, mattina e sera, con i «nuovi poveri» che sono molto più vicini a voi di quanto pensiate. Sono diventato quello che a Roma chiamano «barbone» o «clochard». Ho mangiato con loro, mi sono riparato dal freddo, ho condiviso cartoni, coperte emozioni e paure. Per capire davvero chi sono questi «nuovi poveri», c’è un posto nella Capitale che pochi conoscono ma in tanti frequentano: la mensa della Caritas. È lì che sono andato. E li ho trovati. Uomini e donne comuni che hanno perso tutto o gran parte di esso. Gente normale che fino a poco fa aveva un lavoro, una famiglia, una casa. Persone che la crisi ha precipitato nell’indigenza. Ci sono gli anziani, senza una casa di proprietà o che hanno subito un incidente. Ci sono i cinquantenni ridotti sul lastrico da una separazione costretti a mangiare in mensa, si sciacquano nei bagni dei bar, e tornano al lavoro dopo la pausa pranzo. E’ un mondo incredibile. Impensabile. Irraccontabile se non si
ha la fortuna, perché di fortuna si tratta, di far amicizia e condividere i loro affanni. Eccomi allora tra loro, tra i poveri. Mi avvicino a un signore sulla settantina, ben vestito, sguardo basso, silenzioso. Si chiama Angelo, è nato a Caltanissetta, vive a Roma da trent’anni, e campa con 400 euro di pensione: «Io ci sono abituato alle mense – dice – da giovane lavoravo in una militare, giù in Sicilia. Poi sono venuto qui e ho fatto il muratore per tutta la vita. Ho lavorato tantissimo – dice mostrandomi le mani segnate dalla fatica- e adesso non posso nemmeno fare la spesa».
«Non ho più niente, ogni giorno credo sia l’ultimo» mi confida l’ultimo amico, romano de Roma. Ha gli occhi lucidi ma lo sguardo fiero. C’è Antonio, che non lavora più da anni, separato e con due figli. Fino a qualche tempo fa viveva dalla sorella, oggi per la strada. Mangia spesso alla Caritas e fa la spesa per la famiglia all’Emporio della Solidarietà: «Ormai te devi arampica’ sugli specchi se vuoi campa’», dice ridendo amaro. Anche Armando, 59 anni, si serve della stessa immagine, quella cioè dell’impossibile scalata: «Non ce la faccio più ad arrampicarmi sugli specchi. Lavoravo con gli anziani ma ora sono disoccupato da tre anni. Da poco ho smesso pure di cercarlo, il lavoro. Tanto alla mia età è inutile». Gli chiedo se ha un’idea su come rilanciare la sua vita. La sua risposta mi
sorprende: «Io a sessant’anni voglio andarmene dall’Italia. All’estero è meglio». Poco più in là c’è ancora Giuseppe, nato a Torre del Greco, due anni fa un incidente in cantiere e poi un diabete diagnosticato: «Io sono solo. Una casa non ce l’ho, la pensione manco. Sono pure divorziato. Senza lavoro come faccio? Devo fare il ladro…», dice mentre si allontana e non capiamo se la frase si conclude con un punto interrogativo o esclamativo. Brevi conversazioni, interloquire lapidario, perché qui pochi hanno voglia di parlare dei propri problemi. La cena è finita. Busso allo sportello dell’ostello per cercare un letto dove dormire, qui che ci sono 188 posti suddivisi tra uomini e donne in stanze da quattro. E infatti è tutto pieno fino a dopodomani. Mi consigliano di attendere infatti ci sono due defezioni. Ma anche qui c’è la fila, anche per un posto di fortuna all’ultimo secondo. I due posti se li aggiudicano un anziano e una donna appoggiata a due stampelle. Perché qui non importa chi è arrivato prima allo sportello, ma chi è ultimo nella speciale coda della fortuna. Giusto così. Vado via, mentre nel cortile chi non può fare lo stesso resta a parlare di calcio e di telefonini, a litigare ubriaco con i propri fantasmi oppure a suonare con la chitarra. Resterei ad ascoltarli ancora un po’, loro, i poveri. Ma non posso. Non ci riesco. Ogni giorno è così, sempre uguale, sempre più alla fame e alla disperazione.

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